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    Calderini: “Dalla Ue a BlackRock, l’innovazione sociale centrale per imprese e cittadini”

    Il docente del Politecnico di Milano è uno dei dieci esperti del nuovo Foro lombardo per l’innovazione: “Decisive comunicazione e rendicontazione sociale della ricerca scientifica”

    di redazione open innovation | 14 mar 2018

Mario Calderini è uno dei dieci esperti chiamati nel nuovo Foro regionale lombardo per la ricerca e l’innovazione. Ordinario al Politecnico di Milano, direttore dell’Alta Scuola Politecnica (promossa da PoliMi e Politecnico di Torino), Calderini ha fondato e dirige Tiresia, centro di ricerca in Innovazione e Finanza per l’Impatto Sociale della School of Management del Politecnico milanese: perché, spiega in questa intervista, “presto l’innovazione sociale diventerà parte integrante della strategia d’innovazione delle imprese e non più una costola accessoria”. Su questi temi come consigliere del MIUR ha avviato le prime politiche dedicate del governo italiano, oltre a essere membro governativo della task force del G8 sugli investimenti a impatto sociale.

Professore, come è arrivato a percorrere la strada dell’innovazione sociale?

“Tutta la mia carriera è centrata sui temi dell’innovazione e della gestione dell’innovazione tecnologica. Poi, un giorno, il rettore del Politecnico di Milano mi ha chiamato per dare vita a un grande centro di ricerca dedicato appunto all’innovazione e alla finanza per l’impatto sociale, intuizione da cui è nato Tiresia. All’inizio ne fui stupito, oggi posso dire che quell’intuizione si è dimostrata visionaria. Siamo partiti dal presupposto che le professionalità degli ingegneri si stessero trasformando per includere l’impatto sociale come parte centrale delle loro competenze, e in effetti c’è stata una crescita del numero di iscritti ai nostri corsi di specializzazione in innovazione sociale, rivolti a ingegneri gestionali e dunque a profili che nulla in teoria avevano a che fare con il sociale: ed è stata una crescita superiore a ogni aspettativa. Questo è dovuto a diversi fattori. Anzitutto, c’è un salto di paradigma, i modelli di impresa sempre più coniugano valori legati al business e all’impatto sociale. Anche l’evoluzione tecnologica ha poi il suo peso, grazie alle molte nuove tecnologie a medio e basso costo ora disponibili per nuovi modelli di intervento sociale”.

In che modo queste tecnologie possono fare la differenza?

“Per fare un esempio, oggi la sensoristica ha costi irrisori e questo permette forme di assistenza remota agli anziani, così che se prima con una certa quantità di lavoro si poteva assistere un certo numero di anziani, ora le nuove tecnologie consentono di scalare considerevolmente il numero di persone assistite, a parità di qualità di servizio. Si può cioè dare nuove risposte ai bisogni sociali e rendere sostenibili economicamente modelli di intervento che prima, su piccoli numeri, non lo erano: e questa è la base della nuova generazione di innovazione sociale. O ancora: ci sono tutte le premesse perché la Blockchain abiliti nuovi modelli di accesso al microcredito e in generale agli strumenti di finanza di impatto,offrendo nuove opportunità a chi a oggi è escluso dai modelli tradizionali. In un diverso ambito, una app individua defibrillatori e medici nei dintorni di un’emergenza cardiaca, abilitando quindi una forma di soccorso diffuso. Si sviluppano partnership interessanti tra profi e non-profit che aprono nuove opportunità, come ad esempio quella tra Barilla e Hackcability per rendere indipendenti in cucina le persone con disabilità grazie all’utilizzo di strumenti innovativi. Insomma, una straordinaria frontiera di nuove opportunità”.

C’è insomma una sensibilità nuova?

“Il successo dei nostri corsi in innovazione sociale mi aveva colpito, e avevo voluto chiederne le ragioni ai miei stessi alunni. Lo faccio ormai da due-tre anni, e da loro ricevo due tipi di risposte, entrambe molto significative. La prima di carattere personale: sceglievano questo percorso perché cercavano un lavoro che consentisse loro di avvicinare il più possibile valori professionali e personali. La seconda invece aveva a che fare con ragioni più strategiche e rivelava che quei ragazzi vedevano nei nostri corsi le competenze necessarie a lavorare non in una forma di impresa laterale o marginale ma nell’impresa del futuro, un’impresa capace di coniugare profitto e impatto sociale intenzionale. In pratica, hanno anticipato quello che ormai è un dato di fatto.Basti pensare a quello che è successo a gennaio di quest’anno: Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock ovvero del più grande fondo d’investimenti al mondo ha scritto a tutti i CEO dei colossi dell’economia americana per dire loro che da quel momento, se avessero voluto essere finanziati da BlackRock, avrebbero dovuto dimostrare la capacità di produrre impatto sociale, oltre al profitto. Ovvero, il manager del più grande fondo finanziario, non certo filantropico, dice che l’impatto sociale delle imprese conta, ed è un valore. Ecco perché sostengo che in breve tempo l’innovazione sociale diventerà parte integrante della strategia d’innovazione di un’impresa e non più una sua costola accessoria”.

Ha citato il settore privato. E le istituzioni? Quanto riconoscono questa nuova centralità dell’innovazione per rispondere ai bisogni sociali?

“Quando David Cameron nel 2013 invitò, a margine del G8 a Dublino, i più grandi finanziatori del mondo, disse loro che in un momento in cui gli investimenti sul welfare arretravano nella maggior parte dei paesi del G8, questo si sarebbe potuto tradurre in una grandissima opportunità di business se avessero saputo sviluppare strumenti finanziari compatibili con la necessità di generare impatto sociale. Era una visione un po’ finanzia-centrica, che ignorava il ruolo e la natura dell’imprenditorialità sociale, cosa difficilmente accettabile per i Paesi dell’Europa continentale. L’Europa continentale ha sviluppato da allora una visione propria e ha accelerato moltissimo su questa strada. Alla fine dello scorso novembre a Lisbona si è tenuta la Conferenza “Opening Up to a New Era of Social Innovation”, significativamente promossa in modo congiunto dai commissari Ue alla Ricerca e alle Politiche sociali, proprio perché si è compreso che all’intersezione tra questi due ambiti ci sono enormi possibilità di sviluppo per l’Europa. E non a caso è stato recentemente affidato dalla Commissione a Romano Prodi il compito di preparare un documento di indirizzo sul finanziamento delle infrastrutture sociali in Europa, per migliorare l’utilizzo degli strumenti finanziari europei”.

Così l’Unione europea. L’Italia come si sta muovendo?

“Possiamo dire di avere fatto passi avanti. È sicuramente positiva la riforma del Terzo settore: si è allargato il perimetro, ora accanto a cooperative e associazioni anche una Srl o una società per azioni possono avere la qualifica di Impresa sociale (se esercitano un’attività d’interesse generale per finalità civiche, solidaristiche o di utilità sociale in determinati settori); inoltre è stata introdotta la possibilità – anche se in modo limitato – di distribuire dividendi e sono presenti importanti incentivi all’investimento nelle imprese sociali. Per quel che riguarda l’azione di governo, l’ultima Finanziaria prevede un fondo per l’Innovazione sociale, che dovrebbe aiutare le amministrazioni locali a sviluppare forme d’innovazione sociale, con una dotazione di 10 milioni per tre anni. E ancora, l’Italia presiederà un Working Group del G7 Scienza, che dovrà studiare nuovi strumenti finanziari per una scienza e un’innovazione inclusiva, ovvero capace di raggiungere obiettivi sociali predefinit: si tratta di uno dei risultati dell’ultimo G7 della scienza, tenuto a Torino. Nel complesso però c’è ancora moltissimo da fare”.

Rispetto a quali realtà?

“L’interesse per queste nuove forme di innovazione e imprenditorialità sociale assistita dalla finanza è certamente nato in Inghilterra: ma il modello anglosassone è molto diverso dal nostro per molte ragioni. Se si guarda al complesso di politiche per l’innovazione sociale, è indubbio che in questo momento il Portogallo rappresenti un punto di riferimento europeo. Già il governo precedente lanciò un Fondo per l’innovazione sociale che sta dando importanti frutti, a mio parere i migliori al di fuori del mondo anglosassone. In realtà non si trattava di un semplice finanziamento ma di un insieme di politiche, in ogni caso – per dare un ordine di grandezza e un termine di paragone – parliamo di un complesso di finanziamenti pari a 200 milioni di euro, tutti orientati a sviluppare nuovi strumenti finanziari o forme di supporto non finanziario. Tornando alla nostra realtà, aggiungo che se il governo non è stato brillantissimo, qualche segnale l’ha dato. Invece dalle amministrazioni locali ne sono arrivati davvero pochi: eppure visto il raccordo dell’innovazione sociale con le politiche di sviluppo locale da un lato e con le politiche della ricerca dall’altro, credo si sarebbero potuti attivare finanziamenti e strumenti anche a livello regionale e municipale, grazie ai fondi strutturali europei. Punto su cui invece i territori segnano il passo: non parlo in questo caso della Lombardia, né tantomeno di Milano che è certamente leader sul piano internazionale in questo campo, ma del quadro nazionale generale. Se si fa un bilancio delle politiche regionali o locali sul tema il problema è che con i budget per la ricerca e dell’innovazione si sono finanziate partite innovative spesso già chiuse dal punto di vista tecnologico. Si è trattato insomma di investimenti un po’ di retroguardia, è come se oggi una regione investisse i soldi della ricerca sulla tecnologia Blockchain perché sta diventando di moda: troppo tardi e troppo poco rischioso per costituire una scommessa vincente in termini di avanzamento della frontiera della conoscenza e per portare su territorio ricadute significative. Il compito di esperti in supporto alla Regione può essere allora quello di aiutare a individuare traiettorie tecnologiche sufficientemente rischiose e di lungo termine, che permettano al decisore politico di fare scelte lungimiranti e ad alto ritorno”.

Che novità può rappresentare per l’Italia il Foro regionale lombardo, il primo costituito da un’amministrazione locale?

“Questo Foro ha potenzialmente un grande valore. Anzitutto credo sia molto importante in questo momento affiancare la politica con un organismo composto di figure autorevoli e indipendenti, quali sono i miei colleghi, ciascuna per il proprio ambito e specializzazione: l’obiettivo prioritario in questo momento è restituire alla società il senso pieno del valore di ciò che si è creato con l’investimento in ricerca e innovazione, investimento che, è bene ricordarlo, si è realizzato grazie alle risorse messe a disposizione dei cittadini. Ecco perché ritengo che oggi il tema dell’accountability degli investimenti in ricerca e innovazione sia prioritario. Rilevo infatti una lacerazione nel racconto di come ricerca, innovazione e start up possono portare sviluppo anche sul territorio: credo che si debba prendere atto che nella società ci siano un po’ di disillusione e di scetticismo sugli investimenti in ricerca e sulla capacità di questi ultimi di generare sviluppo, anche a livello locale. Non credo che questo sia dovuto a un limite dei ricercatori, ma al fatto che si sia ecceduto in una narrativa un po’ vuota che attribuiva agli investimenti in ricerca proprietà eccessive, e obiettivi che essi da soli non potevano sostenere, in particolare nel breve periodo e su scala locale. Queste promesse hanno generato disillusione e certamente non hanno giovato alla legittimazione degli investimenti in ricerca e innovazione. Io continuo a credere che buona parte della ricerca debba guardare lontano e che vada prioritariamente finanziata con strumenti che non pongono eccessivi vincoli in termini di obiettivi pratici e risultati: credo però anche che vada recuperata, per certa parte, una connessione stretta ai bisogni sociali espressi dai cittadini e dalla società. Un Foro autorevole e anche attento alla rendicontazione sociale delle scelte che si compiono su innovazione e ricerca rappresenterebbe un grandissimo passo avanti, per dare loro nuova centralità e rilevanza e per assicurare coerenza alle politiche in materia. Mi sembra che l’impronta data al Foro lombardo vada in questa direzione e che possa quindi portare a risultati molto positivi. E non mi stupirei di vedere questo modello replicato nei prossimi mesi in altri contesti. Certo, la Lombardia è forse una delle poche realtà a potersi permettere un Foro di questo genere, perché non bisogna dimenticare che nella ricerca e nell’innovazione, come in altri ambiti, la scala e la dimensione contano. L’impostazione data comunque è omogenea alle migliori pratiche internazionali, utilizzate tutte le volte che si è voluto ridare autorevolezza, indipendenza e centralità alla ricerca scientifica rispetto al livello politico: per farlo, si sono scelti advisor qualificati come nel caso dei colleghi che compongono il Foro. A questa rinnovata centralità si uniscono poi comunicazione e rendicontazione sociale, che nei nostri lavori credo debbano avere un valore e che possono rendere più semplice per ildecisore politico fare le proprie scelte, in quanto legittimato da un dialogo continuo e aperto con la società”.

E dunque, quanto può incidere una comunicazione istituzionale centrata sui risultati più promettenti della ricerca scientifica e tecnologica?

”Non ho dubbi sul fatto che questo sia non solo importante ma decisivo, nei prossimi anni. La mia preoccupazione è però che non sappiamo ancora come farlo. La comunicazione scientifica a oggi si è limitata a iniziative anche molto belle e interessanti che però raramente hanno saputo intercettare un grande pubblico. O meglio: abbiamo grandi iniziative improntate a uno stile molto divulgativo – vedi il format alla Piero Angela – e altre molto di nicchia. Credo allora ci sia un grande lavoro da fare anche attraverso i dimostratori, costruendo luoghi dove sia direttamente percepibile il valore dell’investimento in ricerca e tecnologia e il beneficio sociale che queste possono portare. Ci sono ad esempio modelli di living lab o di show room tecnologiche aperte, luoghi nei quali le imprese o le istituzioni di ricerca sperimentano proprie tecnologie in contesti d’uso pubblico: questo permette non il racconto della scienza ma la sua sperimentazione diretta, a partire da servizi che si percepiscono come fondamentali e costruendo attorno a questi una narrativa efficace. Quello che poi si deve fare è un lavoro molto intenso e capillare di educazione degli studenti nelle scuole, fin dai primi cicli scolastici”.

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