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    Mazzonetto: “Le idee dei cittadini contribuiscono a rendere più creativa la ricerca”

    Pioniera dei progetti partecipativi a livello Ue, una dei dieci esperti del Foro per l’innovazione di Regione Lombardia sollecita una riflessione su come rendere l'innovazione più aperta e inclusiva

    di redazione open innovation | 03 apr 2018

Cinque anni a Ecsite, la rete europea di musei di scienza e science centres, esperienza di ricerca in Comunicazione della Scienza, RRI e Open Innovation tra Trieste, Barcellona e Amsterdam, e prima ancora un’esperienza da visiting researcher a Rio de Janeiro per tenere insieme le sue due passioni, scienza e società. Marzia Mazzonetto è una dei dieci esperti, selezionati da Regione Lombardia per comporre il nuovo Foro regionale per l’innovazione e la ricerca. Ha collaborato a diversi progetti internazionali finanziati dalla Ue, in particolare ha coordinato un importante progetto pilota di Responsible Research and Innovation (RRI) della Commissione europea (VOICES), in cui i cittadini hanno potuto apportare idee innovative alla ricerca su temi come riciclaggio e gestione dei rifiuti – suggerendo ad esempio ‘cestini intelligenti’ per rendere più smart ed efficiente la gestione dei rifiuti domestici, e un ‘ritorno sociale’ della raccolta differenziata. Collabora tra gli altri con la European Citizen Science Association (ECSA) e a numerosi progetti di RRI, Open Science e Open Innovation.

Mazzonetto, quale percorso l’ha portata da Milano al cuore dell’Europa?

“Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione ho iniziato a lavorare come giornalista, era il mio sogno, allo stesso tempo al liceo mi appassionavano la fisica e le scienze. Dopo due anni in radio ho deciso di frequentare il master in comunicazione della scienza della Sissa di Trieste, per tenere insieme queste due passioni. Proprio in quel periodo la Sissa aveva vinto un progetto europeo per creare una rete di giornalisti scientifici radiofonici in tutta Europa (Scirab), e io ero stata coinvolta. Una parte del progetto era dedicata anche alla ricerca, a indagare il modo in cui si parlava di scienza nei Paesi che ne facevano parte. La possibilità di applicare metodologie di ricerca sociale a me familiari allo studio di come i media parlano di scienza mi ha portata ad avvicinarmi al mondo della ricerca. E siccome in Italia a quei tempi di ricerca in Comunicazione della Scienza se ne faceva ancora poca, e in modo un po’ destrutturato, mi sono unita a gruppi specializzati in questo ambito, prima in Brasile (con il Nucleo di Studi Avanzati in Divulgazione Scientifica della Casa de Oswaldo Cruz – Fiocruz) e poi a Barcellona, dove ho ottenuto un Master in Advanced Studies. All’Università Pompeu Fabra di Barcellona ho studiato come la scienza viene trattata in programmi televisivi generalisti, allo stesso tempo ho seguito alcuni progetti europei in ambito di scienza e società del mio dipartimento: questa, insieme all’esperienza alla Sissa, sono state occasioni importanti per me per entrare in contatto con moltissime istituzioni europee attive nell’ambito di Public Engagement, ovvero il coinvolgimento del pubblico nella scienza e tecnologia. Nel 2011 mi è stata offerta la possibilità di unirmi a Ecsite, la rete europea di musei di scienza e science centres. Mi sono così trasferita a Bruxelles e ho lavorato a Ecsite come Senior Project Manager per i successivi cinque anni, insieme a un team di persone provenienti da tutto il mondo. Mi sono occupata soprattutto di progetti europei nell’ambito di scienza e società, che coinvolgevano science centres ma non solo. Nanotecnologie e biologia sintetica erano tra i temi più trattati, ma spesso abbiamo lavorato anche su educazione informale e questioni di genere (legati a pari opportunità nelle carriere scientifiche, ma anche ad assicurarsi che i musei e in generale chi fa comunicazione della scienza non contribuisca, anche involontariamente, a rafforzare pregiudizi di genere).E poi c’è stato VOICES, nel 2013, un progetto pilota che si è svolto a cavallo tra la fine di FP7 e l’inizio di Horizon 2020, per il quale ci è stato chiesto di fare qualcosa che non era mai stato fatto prima a livello europeo, o almeno non con una metodologia così aperta (focus groups) e con un impatto così concreto.L’unità di Scienza e Società della Commissione Europea ci ha chiesto di realizzare consultazioni cittadine in tutti gli allora 27 paesi membri dell’Ue, raccogliendo idee su come migliorare il tema della gestione dei rifiuti urbani. Le idee emerse dai cittadini sarebbero state prese in considerazione dall’unità che finanzia le ricerche su ambiente e riciclo, integrandole nelle proprie call di ricerca. Questo non era mai successo prima, e in molti dei progetti di public engagement in atto l’aspetto di governance era sempre stato molto debole, senza impatti concreti sulle politiche di ricerca scientifica e su processi di innovazione che tenessero in conto l’opinione di attori importanti come gli stessi cittadini. Da questo punto di vista, Voices ha rappresentato una svolta”.

Possiamo chiamarlo l’esordio della Responsible Research and Innovation a livello di istituzioni europee?

“Tra il 2013 e il 2014 la Commissione Europea ha deciso di chiamare questo nuovo approccio ai processi di governance scientifica attraverso la partecipazione di cittadini ma non solo, anche di tanti altri attori importanti nei processi di innovazione scientifica, come per esempio l’industria e le università, con il nome di RRI, Responsible Research in Innovation (Ricerca e innovazione responsabile). Oggi l’RRI è diventata quasi una parola d’ordine, allora però non era così, anche se in molti Paesi del Nord Europa era realtà già da tempo. Emblematico il caso dell’Olanda, dove almeno dal 2005 l’NWO (la Netherlands Organisation for Scientific Research, che finanzia ricerca scientifica in tutto il paese) ha avviato un importante programma chiamato MVI, focalizzato sull’interazione tra ricercatori, medici e pazienti, rappresentanti della società civile e molti altri attori,su temi di ricerca scientifica e decisioni dall’impatto sociale rilevante (come ad esempio nell’ambito della salute), per far sì che l’innovazione tenga in conto le necessità, preoccupazioni e aspettative di tutta la società. Processi simili sono gestiti anche dal Danish Board of Technology in Danimarca, e anche qui per tenere conto di esigenze reali o connessioni mancanti, che altrimenti magari non sarebbero state prese in considerazione. Certo in Commissione Ue si parlava di governance anche prima della RRI, ma questa è diventata una priorità trasversale proprio con Horizon 2020. E penso che il progetto VOICES abbia giocato un ruolo molto importante per legittimare l’importanza di un approccio di questo tipo all’interno dell’attuale Programma quadro della Commissione”.

Su quali temi sono stati avviati processi partecipativi di innovazione sociale?

“Utilizzando classiche metodologie di ricerca sociale, e con l’appoggio di professori universitari ed esperti in questo tipo di processi, in Olanda ad esempio il governo per molti anni ha consultato medici, pazienti, ricercatori e case farmaceutiche per migliorare e indirizzare la ricerca nel campo della cura dell’Alzheimer (progetto Tackling Alzheimer's together). In Danimarca il Danish Board of Technology organizza già dagli anni ’80 delle “consensus conference” centrate sugli ambiti di indagine tecnologica o scientifica –concordati con il governo – individuati come quelli a crescita esponenziale o di maggior impatto sulla quotidianità dei cittadini, per raccogliere il punto di vista dell’opinione pubblica su come sviluppare la ricerca.In Svezia il meccanismo di coinvolgimento dei cittadini è ancora diverso, perché legato da sempre all’iniziativa di grandi industrie o imprese. In questo caso è interessante notare come le stesse metodologie di ricerca utilizzate in precedenza per migliorare i prodotti o la produttività, siano state in seguito ‘adottate’ da altri, in primis i sindacati, per difendere i lavoratori (ad esempio portando dati sulle ore di lavoro o sulla pericolosità di certi prodotti) a partire dalle medesime ricerche sociali. Dimostra come questo tipo di ricerca possa essere utilizzato in tantissimi ambiti e contesti, attraverso svariate metodologie, e possibilmente sempre al servizio della società”.

In questi anni e anche tramite queste attività com’è cambiato il rapporto tra opinione pubblica e comunità scientifica, per quel che riguarda l’Europa?

“La mia esperienza personale coincide con i dati emersi almeno in parte dall’Eurobarometro dedicato proprio alla RRI nel 2013: ogni volta che cittadini o gruppi specifici vengono coinvolti e ascoltati su temi di ricerca e innovazione tutti giudicano l’esperienza molto interessante e anzi sollecitano altri incontri. Inoltre, nonostante l’obiettivo di queste consultazioni non sia assolutamente didattico, spesso nel loro feedback i partecipanti evidenziano di avere imparato aspetti nuovi legati al tema trattato. Purtroppo, succede ancora molto spesso di riscontrare molta diffidenza da parte della comunità scientifica: secondo una recente ricerca inglese pubblicata dalla rivista First Monday, la percentuale di scienziati impegnati in attività di interazione non strettamente professionali non va oltre il 20%. Nella mia esperienza, quando capita che un gruppo di ricerca o un’impresa privata, o un’amministrazione locale aderiscano a un processo partecipativo, di solito c’è sempre una persona visionaria, che ne comprende il potenziale e che ha un’apertura a sperimentare in nuovi ambiti. Il processo che porta all’implementazione dell’attività è spesso il momento più delicato: succede che non tutte le persone coinvolte siano particolarmente entusiaste di far parte di esperimento di cui non capisco bene il valore aggiunto, nonostante gli risulti chiaro che si tratta di qualcosa che si sta facendo sempre più a livello europeo. In questo senso, il nome stesso (RRI), e il linguaggio “burocratese” spesso usato per spiegare concetti semplici, non aiutano, così come non è facile far passare il messaggio che l’RRI non è giusto una casellina da riempire, ma una vera e propria visione, un approccio globale che se messo in pratica anche solo in parte può migliorare il futuro di tutti. La buona notizia è che quasi sempre, con l’inizio dei lavori, anche i partecipanti più diffidenti cambiano idea, specie quando verificano l’utilità dei contributi e sono parte integrante del processo”.

Ecco, ci fa qualche esempio di processo partecipativo che ha portato a idee e sviluppi interessanti?

“Ne cito due, uno a livello di ricerca e uno di policy, entrambi relativi al progetto VOICES.Anzitutto, le persone ci hanno chiesto come fosse possibile che nel 2013 la gestione dei rifiuti fosse ancora così poco tecnologica nelle abitazioni e nei condomini: ognuno di loro doveva suddividere i rifiuti tra 4-5 contenitori diversi, che occupano spazio in appartamenti nei quali non viene previsto questo ingombro, assumendosi tutta la responsabilità della riuscita della raccolta differenziata. Molti cittadini erano diffidenti rispetto a quanto fosse veramente utile questo lavoro di separazione a livello domestico, e alcuni erano consapevoli del fatto che negli impianti di gestione dei rifiuti, l’uso delle tecnologie nella separazione dei vari componenti è avanzatissimo. In una parola, in tutti i Paesi dell’Unione Europea i cittadini hanno sollecitato di poter aver a disposizione tecnologie avanzate per la gestione casalinga dei rifiuti e hanno proposto ad esempio – senza nessun accordo o condivisione precedente – dei ‘cestini intelligenti’, in grado di leggere il codice a barre dei prodotti per indicare come separarli correttamente, oppure dei sistemi di gestione centralizzata nei condomini, dove fosse possibile effettuare anche già una parte del processo di riciclaggio stesso. E i ricercatori hanno riconosciuto che i miglioramenti studiati fino ad allora per il riciclo dei rifiuti non erano mai pensati per la gestione domestica (o in condomini), e che sarebbe interessante applicare tecnologie esistenti a migliorare questa situazione. Sul versante delle politiche, anche qui in tutti i Paesi consultati è stata avanzata un’identica critica: nonostante i rifiuti siano ormai riconosciuti come una fonte di ricchezza grazie al loro recupero, i cittadini hanno lamentato di non aver alcun ritorno dalla propria raccolta differenziata. Alcuni partecipanti hanno ad esempio raccontato che in un paese in Olanda, l’energia per il riscaldamento di tutti gli edifici pubblici, dalle biblioteche alle piscine, viene dagli impianti di riciclaggio e questo ritorno alla comunità, è stato sottolineato, rappresenta un grande incentivo alla raccolta differenziata”.

Quali tendenze e quali risultati della ricerca scientifica e tecnologica vede come più impattanti o più problematici per i cittadini europei?

“Uno degli ambiti più critici è sicuramente quello delle biotecnologie, nel campo dell’ambiente e in quello della salute: le aspettative riguardo a nuove terapie sempre più personalizzate sono altissime tra i cittadini, i quali però non risultano quasi mai coinvolti negli avanzamenti della ricerca. In questo settore sarebbe certamente molto utile condurre dei processi partecipativi con dei pazienti, dai quali può arrivare un contributo preciso per il miglioramento delle terapie (come nel caso dell’associazione Patient Innovation, una piattaforma che permette a pazienti da tutto il mondo di condividere soluzioni che hanno sviluppato loro stessi, volte a migliorare terapie). C’è poi un problema fondamentale di gestione dati: pochi sono al corrente della nuova normativa europea in materia, per fare un esempio le aziende che lavorano con ospedali pubblici acquisendo i dati di alcuni pazienti per la messa a punto di terapie geniche saranno obbligate a restituire sia il materiale genetico sia le informazioni relative ai pazienti, se questi ne faranno richiesta. Si tratta di orizzonti di incredibile importanza, di cui però medici e ricercatori fanno ancora fatica a discutere. Un ambito che invece vedo come molto promettente è quello della Citizen science, che per ora si sta utilizzando molto per il monitoraggio ambientale. Ha un potenziale enorme, a patto però che si chiarisca come vengono impiegate le informazioni raccolte dai cittadini - dati sul clima, sulla biodiversità, ma anche dati biometrici personali -e che questi contributi riescano ad avere un impatto concreto: solo così le persone saranno incentivate a partecipare a questo tipo di progetti”.

Come valuta il rapporto dell’Italia e in particolare della Lombardia con l’innovazione e la RRI?

“Intanto voglio dire che quando ho saputo della creazione del Foro da parte della Regione sono stata felicissima, ancor prima di scoprire che ne avrei fatto parte: lo reputo un organismo fondamentale, soprattutto per l’impatto concreto che può avere sulla vita dei cittadini, credo che avere uno strumento con il quale introdurre processi partecipativi nelle politiche dedicate alla ricerca scientifica possa portare un enorme beneficio al territorio. Numerosi progetti europei, dove come dicevo questi processi di coinvolgimento (spesso chiamati processi di innovazione sociale) si stanno sperimentando da molto tempo, hanno prodotto ricerche che hanno dimostrato quanto questi siano utili, non solo alla popolazione ma per la qualità della ricerca e dell’innovazione. Per fare un altro esempio, a Londra da molti anni alcuni ricercatori svolgono la propria attività all’interno del museo di storia naturale, dove i visitatori possono interrogarli su quanto stanno facendo: ebbene quegli scienziati oggi raccontano che la loro ricerca sarebbe stata molto meno creativa senza questa interazione. Per quel che riguarda più in generale l’Italia, nella mia esperienza vedo che in Europa i Paesi si muovono ancora a velocità diverse su questo fronte. Inghliterra, Olanda, Germania, Danimarca, Austria, Svezia e a volte Francia risultano quasi sempre più avanti, l’Italia si colloca invece a un livello intermedio: ospita ricerca di ottima qualità, sta facendo passi in avanti nella giusta direzione ma ha ancora bisogno di lavorare sulla RRI. Più precisamente, molto spesso quello che si fa in Italia è legato a iniziative personali. Come quella del biologo Andrea Sforzi, direttore del Museo di storia naturale della Maremma, membro del Board of directors dell’Associazione europea di Citizen Science: ha organizzato la prima conferenza italiana di Citizen science, tiene lezioni sul tema e lo fa oltre e al di là del proprio incarico. C’è poi un’altra biologa, Paola Mosconi, che dal 2005 dirige il Laboratorio di ricerca per il coinvolgimento di cittadini in sanità dell’Istituto Mario Negri: da anni organizza percorsi partecipativi con i pazienti, è un punto di riferimento in Italia ma rimane un caso isolato. Manca insomma una cultura di sistema, contatti con realtà internazionali attivi sugli stessi temi, un coordinamento tra le realtà sui territori. In questo senso, sarebbe fantastico se il Foro lombardo servisse da esempio ad altre regioni per introdurre la prospettiva della RRI e per spiegarne gli enormi benefici”.

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