• Meet Me Tonight 2019

    Gallace: “Innovazioni tecnologiche migliori grazie alle neuroscienze”

    Il direttore del MibTec della Bicocca alla Notte dei Ricercatori

    di redazione open innovation | 06 set 2019

È alla guida del MiBTeC (Mind and Behavior Technological Center), attivo dal  2018 all’Università di Milano Bicocca nel Dipartimento di Psicologia: nato grazie ai fondi ricevuti dal MIUR per i Dipartimenti di eccellenza, a novembre si arricchirà di un nuovo laboratorio da 700 mila euro, il più grande e prestigioso, unico in Italia con le sue due CAVE (ambienti immersivi completi) interconnesse alla Realtà Virtuale.  Alberto Gallace, professore di Psicobiologia e di Psicologia Fisiologica, è uno dei docenti che animeranno la Notte dei Ricercatori a Milano, il prossimo 27 e 28 settembre insieme al professor Massimo Miglioretti, direttore del Bi.CApP (Bicocca Center for Applied Psychology).

Professore, anzitutto su cosa vertono le sue ricerche?

“Mi occupo di neuroscienze cognitive applicate, ovvero dell’impiego in diversi ambiti delle nostre conoscenze neuro scientifiche e psicologiche sul funzionamento della mente umana: ad esempio per sviluppo di prodotto, marketing, promozione di comportamenti salutari. In pratica si tratta di migliorare tecnologie e prodotti, sulla base di quanto sappiamo su come il nostro cervello elabora le informazioni che ci arrivano dal mondo esterno.

Migliorarli significa renderli più semplici da utilizzare, più intuitivi, tenendo conto delle limitazioni sensoriali e cognitive che ci caratterizzano. Se dunque io conosco queste limitazioni, posso progettare tecnologie e prodotti che, tenendone conto, risultano più efficaci. Si tratta di un ribaltamento dell’ottica tradizionale, che vede prima la creazione di un prodotto o di una tecnologia e dopo, casomai, una valutazione della capacità dell’utente di interagire con essi. Le Neuroscienze cognitive applicate partono dall’idea si possa invece intervenire a livello di progettazione”.

 

“Queste ricerche sono più affermate all’estero, dove la collaborazione tra accademia e industria su questo fronte è molto più stretta. E hanno ricadute sia a livello economico, sia di impatto ambientale”

 

Qualche esempio?

“Una delle nostre ricerche più recenti, in corso con il Politenico di Milano, riguarda lo sviluppo di tecnologie che possano indurre comportamenti di risparmio energetico. Nel caso specifico, il tempo in cui teniamo aperta la porta del frigorifero di casa ha un impatto sui consumi energetici: abbiamo allora utilizzato le informazioni sensoriali legate a una certa tecnologia per capire come influenzare l’utente così che riduca questo tempo di apertura. L’informazione da cui siamo partiti è che la luce non viene percepita dal nostro cervello in modo neutro, anche in base all’esperienza quotidiana: quella rossa viene associata all’idea di calore, quella azzurra all’idea di freschezza. Dunque stiamo vedendo che, se all’interno del frigorifero mettiamo una luce rossa, gli utenti percepiscono un calore che si va disperdendo e tendono a ridurre il tempo di apertura dell’elettrodomestico. Ancora, abbiamo provato a far sì che una volta aperto dal frigorifero fuoriesca dall’aria: entrambe queste modifiche possono indurre l’utente a ridurre il tempo in cui tiene aperto il frigo.

Un esempio più generale arriva invece dalle interfacce presenti su ogni auto: se non si adattano alle nostre limitazioni cognitive - come esseri umani riusciamo a processare contemporaneamente solo un certo numero di informazioni -, se insomma le informazioni che ci forniscono sono troppe e/o disposte male, ecco che tali interfacce si rivelano poco utilizzabili, se non addirittura pericolose. Di fatto, le prime interfacce presenti sulle auto erano proprio così, troppo complicate con un numero eccessivo dati di navigazione”.

Quanto sono diffuse queste ricerche e quanto vengono sfruttate dal mondo dell’industria e in ambito tecnologico?

“Si tratta di un ambito di studio ormai ben sviluppato, soprattutto in settori come l’Automotive dove quasi ogni dettaglio - dal volante al sedile - è progettato tenendo conto della variabile umana, grazie appunto all’apporto delle Neuroscienze applicate e delle conoscenze psicologiche. Certo queste ricerche sono più affermate all’estero, dove ho notato - ho lavorato sia a Oxford in Gran Bretagna sia in altri Paesi – che la collaborazione tra accademia e industria su questo fronte è molto più stretta. Molte aziende, più all’estero, che in Italia, hanno centri di ricerca dedicati ai ‘fattori umani’ nello sviluppo di prodotti, tanti altri preferiscono collaborare invece con un’università, dove è più facile sviluppare ricerche sperimentali: per un’azienda può essere infatti difficile, anche dal punto di vista metodologico e di know-how, condurre test con numeri elevati di utenti per variare una sola caratteristica tecnica”.

 

“A Meet Me Tonight porteremo visori per la Realtà Virtuale, che ci permette analizzare l’influenza delle variabili umane nell’interazione con le tecnologie, in ambienti che simulano contesti di vita reale ma sono modificabili in modo controllato.”

 

Queste ricerche hanno dunque ricadute sulla fruibilità di prodotti e tecnologie: con un ritorno di tipo più economico o più sociale?

“Direi che sono presenti entrambi. Un prodotto o una tecnologia sviluppati per essere intuitivi e per tenere conto delle differenze individuali avranno sicuramente più successo di equivalenti ‘standard’. In pratica, si va a customizzare il prodotto.

E questo ha risvolti appunto sia a livello economico, per i motivi di cui sopra, sia a livello di impatto ambientale: se infatti produco qualcosa di mirato, che risponde in modo più preciso a un’esigenza di acquisto o nel caso della tecnologia di utilizzo, le probabilità di acquisto aumentano molto e dunque posso ridurre drasticamente gli sprechi, e di conseguenza i consumi energetici legati a una produzione in eccesso o mal orientata. Portata all’estremo la customizzazione può significare produrre solo ed esclusivamente quando quel prodotto, con quelle determinate caratteristiche, viene richiesto da quello specifico utente.

Alcune nostre ricerche vertono proprio su questo, prodotti customizzati in base alle esigenze specifiche dei clienti”.

Lei ha studiato anche l’impatto delle percezioni tattili: che ruolo hanno?

“Me ne occupo da molto tempo. Spesso anche nella progettazione delle tecnologie si privilegiano gli stimoli di tipo visivo, in realtà le ricerche degli ultimi venti - trent’anni hanno dimostrato come l’informazione tattile sia importantissima, anzi è quella che incide di più nel favorire la nostra interazione con un oggetto o una tecnologia. Del resto, nella prima infanzia l’essere umano ha una capacità limitata nel gestire le informazioni visive mentre l’istinto lo porta a interagire con il mondo attraverso il tatto. E il tatto rimane determinante nel tempo: ad esempio lo utilizziamo, anche se in modo inconscio, per valutare qualità e caratteristiche di un oggetto e regoliamo su di esso la nostra interazione. Insomma scegliamo un oggetto in gran parte in base a informazioni tattili: si veda il successo degli smartphone di peso ridotto, dagli angoli arrotondati e con schermo ‘touchscreen’”.

Cosa mostrerete a Meet Me Tonight?

“Il nostro stand si dividerà in due parti. La prima sarà relativa alle attività MiBTeC e sarà centrata in particolare su tecnologie di Realtà Virtuale e Aumentata: ovvero quelle su cui il nostro Centro punta per portare le ricerche di cui sopra in ambienti che simulano contesti di vita reale ma che sono modificabili in modo controllato.

Cercheremo dunque di mettere in evidenza gli enormi vantaggi di questa tecnologia, il ruolo crescente che avrà in futuro ma soprattutto come per renderla veramente fruibile occorre svilupparla considerando proprio variabili di tipo psicologico, cognitivo, linguistico e neuroscientifico che hanno un impatto sul nostro comportamento. Un esempio: all’inizio e in parte ancora oggi i visori per la Realtà Virtuale potevano essere utilizzati solo per un certo lasso di tempo, prima di provocare effetti come il senso di fastidio e di nausea, la cosiddetta motion sickness, legata al modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni. Ecco, se noi conosciamo il modo in cui avviene tale elaborazione, allora possiamo anche agire su questa tecnologia per ridurre i disagi che provoca.

Allo stand avremo alcune simulazioni relative alle nostre ricerche, per far capire come queste variabili percettive possono influenzare la nostra interazione con diverse tecnologie e renderle più fruibili: porteremo dei visori Oculus, dei tablet e - speriamo - forse anche un simulatore di guida.

La seconda parte dello stand rifletterà invece le ricerche del Bi.CApP (Bicocca Center for Applied Psychology), diretto dal professor Massimo Miglioretti, che vertono sulla psicologia applicata alle tecnologie mobile. Qui verrà mostrato come l’uso di variabili psicologiche e la conoscenza dei limiti che abbiamo nel processare un’informazione possa incidere nello sviluppo di tecnologie mobili - e dunque di app, smartphone e wearables - più fruibili e capaci di orientare l’utente verso comportamenti virtuosi, come il risparmio energetico o verso un approccio più positivo e meno stressante alle procedure sanitarie”.

 

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